Diffamare gravemente, oggigiorno, è divenuto più facile che mai. Tutti abbiamo la possibilità di sparlare di altri “in pubblico”, nascondendoci dietro un rassicurante schermo. Anche per questo motivo, vengono sottovalutati troppo i pericoli dei moderni mezzi di comunicazione (come i social network) quando si tratta di scrivere commenti, post o articoli offensivi su altre persone.

Pochi sanno che le comunicazioni sui social (come Facebook) che si rivolgono a un numero indeterminato di destinatari possono integrare il reato di diffamazione aggravata. Per questo tipo di diffamazione è prevista la reclusione da sei mesi a tre anni o una multa non inferiore a 516 euro. Ma non è tutto. Il colpevole di diffamazione dovrà sostenere anche le spese legali e risarcire gli eventuali danni.

Molti utenti social, magari abituati a commentare abbastanza liberamente, oppure che in passato hanno scritto post o commenti al limite dell’offensivo, potrebbero a questo punto chiedersi quanto si rischia… cioè, quanto può costare (in termini economici, ma non solo) uno scritto diffamatorio online? Se, dopo aver scritto un commento/post/articolo discutibile su una terza persona, quest’ultima minaccia di querelarti – oppure di fatto ti querela e inizia un procedimento penale – a cosa puoi andare incontro?

La gravità della diffamazione

Posso anticipare che non c’è una risposta semplice. Dipende ovviamente, tra l’altro, dalla gravità della dichiarazione, dalla tipologia e diffusione del mezzo, dall’entità dei danni che si cagionano alla persona offesa.

Per quanto riguarda la gravità della dichiarazione, in principio è più grave attribuire alla persona offesa un fatto determinato denigratorio piuttosto che offenderlo con epiteti generici o volgari. Per quanto riguarda la diffusione del mezzo, è più grave la diffamazione realizzata tramite un post visualizzato da migliaia di persone piuttosto che tramite un commento in un gruppo chiuso visualizzato da una decina di utenti. Inoltre, la diffamazione mediante attribuzione di un fatto determinato è ancora più grave se realizzata “a mezzo stampa”. La giurisprudenza di legittimità sostiene che anche le testate telematiche (cioè i “giornali online” non i social o i semplici blog) sono equiparabili alla stampa classica.

La pena

Per la diffamazione a mezzo stampa o tramite un mezzo di pubblicità (tra i quali rientrano comunicazioni a un numero indeterminato di destinatari tramite internet, i social, ecc.) è prevista (art. 595 comma 3 c.p.) la pena della reclusione da sei mesi a tre anni o una multa non inferiore a 516 euro. Per la diffamazione a mezzo stampa consistente nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è più grave, potendo arrivare a sei anni di reclusione (oltre a quella della multa non inferiore a lire 500.000).

Nella pratica, la pena della reclusione non è quasi mai applicata e, nel caso della diffamazione online, essa consiste di solito in una multa di diverse centinaia di euro. Tuttavia, una pena detentiva – anche se sospesa – oppure una pena pecuniaria, hanno altri spiacevoli effetti (si pensi solo al fatto di avere una fedina penale “sporca”). Alla pena possono essere accompagnate altre misure, come l’ordine di pubblicare una rettifica o la sentenza, oppure di cancellare il contenuto diffamatorio (leggermente diversa è la questione della cancellazione dei contenuti legati all’esercizio del “diritto all’oblio”).

Le spese legali

La persona condannata per il reato di diffamazione è condannata anche a pagare le spese di giustizia e le spese legale di controparte. Questo significa che bisognerà rimborsare il costo dell’avvocato della persona offesa eventuale parte civile (oltre ovviamente a dover pagare il proprio avvocato!).

Quantificare queste spese in linea generale è impossibile, in quanto dipendono da molti fattori, tra cui la lunghezza e la complessità del processo. Nel caso tipico, stiamo parlando di migliaia d’euro di spese legali.

Il risarcimento dei danni

Ogni reato obbliga il colpevole a risarcire i danni cagionati da esso. Quella del risarcimento danno può essere la voce di “costo” più pesante. I danni conseguenti a un episodio di diffamazione possono essere sia “patrimoniali” che “non patrimoniali”.

Quelli patrimoniali consistono in una perdita economica o in un mancato guadagno. Immaginiamo il caso in cui il colpevole abbia pubblicato un post su Facebook criticando ingiustamente un professionista, accusandolo di essere disonesto e incompetente. Se a causa di questo post il professionista perde alcuni clienti, il colpevole potrebbe essere condannato a risarcirgli il mancato guadagno.

Il danno non patrimoniale è quello più comune quando si tratta di diffamazione. La diffamazione, infatti, causa generalmente una sofferenza soggettiva nella vittima che vede la propria reputazione danneggiata (danno morale), e potrebbe danneggiare le relazioni interpersonali o comunque compromettere l’ambiente sociale di riferimento (danno esistenziale).

Non vi è un criterio preciso per quantificare il danno non patrimoniale. Tuttavia, esistono indirizzi di massima nei Tribunali che liquidano “equitativamente” il danno in base alla gravità della diffamazione e ad altre circostanze del fatto. Si può affermare – in modo molto approssimativo – che i danni non patrimoniali conseguenti ad un fatto di diffamazione a mezzo stampa di media gravità vengano quantificati mediamente in circa ventimila euro.

Conclusione

Insomma, un processo e una condanna per diffamazione non si augurano a nessuno! Ma proprio per questo bisogna stare oltremodo attenti a quello che si scrive sulla rete. Altrimenti, ci si potrebbe pentire amaramente di un commento stupido che – francamente – ci si poteva benissimo risparmiare.

Avv. A. Luis Andrea Fiore

Categorie: Formazione

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